Il Magistrato delle Contrade

Storia de’ Il Magistrato delle Contrade

Iniziamo dalla fine . Nella prosa provocatoria di un periodico senese -molto senese- è invalso l’uso, negli ultimi anni, di definire il Magistrato della Contrade “Magistrato delle Processioni”. La definizione è in fondo più che condivisibile e, seppur coniata con intenti polemici, non è neppure così diffamatoria come vorrebbe apparire. Essa nasce dalla constatazione che il Magistrato delle Contrade esercita un’azione incisiva “solo” in merito a questioni ritenute di scarso peso specifico negli equilibri della Festa, “le processioni” appunto, e manifesta tutta la sua impotenza quando si tratta di entrare nel merito di decisioni più impegnative. Basta però scorrere -e senza nessun intento agiografico- la vicenda storica dell’istituzione per rendersi conto che questo atteggiamento non è tanto il prodotto di una degenerazione moderna quanto la conseguenza di scelte consapevoli e meditate, maturate nell’arco di almeno settanta anni e alla fine sedimentatesi nel patrimonio culturale ed istituzionale del Magistrato. Tutti veri, ed in gran parte inevitabili, quindi, i limiti che si ravvisano nell’impostazione “storica” del Magistrato delle Contrade ma veri anche i meriti dell’istituzione. Perché anche le “processioni” ed il costante lavorio su aspetti certo non clamorosi come una galoppata sul tufo hanno un’importanza decisiva negli equilibri che regolano il Palio e la vita delle Contrade. E proprio su questi aspetti che -in maniera pedante ed invisa ai nuovi numi dell’”usa e getta” tele-pubblicitario- potremmo definire “culturali”, per un secolo si è esercitata in maniera tutto sommato positiva e comunque appassionata l’azione di quanti hanno dato il loro contributo al Magistrato delle Contrade. A tutti questi contradaioli, accomunati sotto l’insegna di una istituzioneche si propone di rappresentare le diciassette onsorelle credo debba andare il ringraziamento di quanti ancora “giocano al Palio”, ed anche e soprattutto quello di chi si culla nella beata illusione di trovarsi di fronte ad una realtà che per uno scherzo di Clio sarebbe restata immutata nei secoli e giunta fino a noi qual era ai “tempi gloriosi della Repubblica”.
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Per chi lo guardi da lontano come fenomeno di costume o per chi magari vi si avvicini nel momento dell’esplosione di suoni, colori ed emozioni dei due appuntamenti estivi, non è semplice sfuggire alla tentazione di collocare il mondo del Palio nell’universo immoto e perversamente fiabesco della tradizione. Inevitabile allora pensare al Palio –e alle Contrade che lo animano- come un meccanismo immutato nei secoli, che quasi si ostina a riproporre modelli tanto più validi quanto più antichi o rari. Anche trascurando il fatto che questa logica da giardino zoologico dei sentimenti è quanto di più nocivo possa concepirsi intorno ad una manifestazione viva e vitale, non si può fare a meno di notare come questi modelli interpretativi siano sostanzialmente falsi e fuorvianti. Esiste, è vero, nel Palio un richiamo costante alle tradizioni e alla memoria della città ed è un richiamo fitto di riferimenti ad episodi grandi e minuti della vivenda storica cittadina. Ma il Palio, e soprattutto il Palio contemporaneo, deve la sua vitalità e, prima ancora, la sua stessa sopravvivenza, non tanto a questa rete di riferimenti che costringono a guardare indietro, quanto alla sua capacità di mantenersi ancorato alla realtà e di sapersi adeguare ad essa. Da sempre le Contrade fanno i conti con il mutare delle realtà storiche, politiche, economiche e sociali e da sempre, quasi miracolosamente, esse sanno trovare risposte ai cambiamenti del mondo circostante. Di questa tendenza che si esplicita non solo nelle carriere o nei grandi appuntamenti rituali –e avremo modo di osservare come anche la solennità di certi passaggi della festa, sospesa tra la grande parata militare e la devota processione, siano frutto di rielaborazioni molto più recenti di quanto non si pensi- ma anche nel costante lavorio quotidiano, è espressione paradigmatica la vicenda del Magistrato delle Contrade. La storia di questa istituzione è infatti assolutamente rilevante sotto il profilo della comprensione di tutta una serie di vicende che senza mai assurgere alla clamorosa importanza (relativamente alla città, ovviamente) di un solo minuto di corsa sul Campo, vanno a costituire il tessuto connettivo delle battaglie di luglio ed agosto, punte scintillanti di un iceberg in continua ridefinizione e non immune da erosioni.
Le vicende che portarono alla nascita ed al consolidarsi di un organismo che rappresenti e tuteli le diciassette Contrade sono lunghe e relativamente complicate. Dal momento in cui iniziano a manifestarsi i primi timidi -e quasi inconsapevoli- segnali della volontà di dar corpo ad un’istituzione capace di farsi portavoce delle esigenze collettive delle Contrade a quello in cui tale progetto diviene realtà passano infatti almeno venti anni. In questo intervallo, in un momento storico in cui è messa in dubbio la sopravvivenza stessa delle Contrade, sottoposte alle critiche della nuova classe dirigente liberale, si registrano a più riprese tentativi di coordinamento tra le diciassette consorelle. Le possibili date di nascita del Magistrato delle Contrade potrebbero allora essere fatte coincidere con le assemblee tra i priori che si tennero durante gli anni settanta dell’Ottocento o, a maggior ragione, con l’istituzione del Comitato dei Priori del 1887. Ad un esame appena più attento degli avvenimenti, però, l’atto costitutivo del Magistrato delle Contrade deve essere individuato nella riunione che si tenne nella Società di Cmporegio il 25 novembre 1894. In quell’occasione, infatti, i Priori vennero convocati per discutere sulla “proposta di una rappresentanza permanente collettiva delle 17 Contrade”. Vedremo più avanti quali erano gli antefatti di questa proposta e quali ne sarebbero stati gli esiti. Per il momento sarà sufficiente sottolineare che quella riunione segnò effettivamente la nascita del Magistrato e non solo e non tanto perché l’associazione di cui si gettarono le fondamenta assunse dopo qualche tempo lo stesso nome che conserva ancora oggi, quanto perché, per la prima volta, le Contrade convennero sulla necessità che tale associazione dovesse avere carattere “permanente”. In questa consapevolezza si manifesta un fatto nuovo, che distingue ciò che avviene dopo il 1894 dai tentativi ancora incerti e tutto sommato inconcludenti del ventennio precedente.
Fin dagli anni immediatamente successivi il meccanismo attivato nel novembre 1894 avrebbe conosciuto diverse battute d’arresto, ma sostanzialmente non si sarebbe più bloccato e soprattutto avrebbe sempre più allargato il suo raggio d’azione. Negli anni precedenti il 1894, invece, le Contrade avevano tentato -magari anche con successo- di intraprendere una politica comune solo in maniera discontinua e per effetto delle violente critiche che venivano mosse alla struttura della Festa. Le assemblee tra i priori che si tennero in quel periodo, insomma, se possono da un lato essere considerate tappe importanti sulla via della definizione di quello che sarebbe divenuto il Magistrato delle Contrade, dall’altro devono essere valutate soprattutto come risposte -magari perentorie, ma tutto sommato estemporanee- agli attacchi portati dalla classe dirigente liberale e -in maniera meno clamorosa- dall’autorità comunale, all’anima stessa della Festa. Manca in questa fase una strategia che consenta di non limitarsi a rispondere alle “offese” subite ma permetta di prevenire tali offese con una politica capace di allontanare dalle Contrade il discredito (talvolta non del tutto immeritato) che da certe classi sociali veniva gettato a piene mani su quelli che, in ultima analisi, rappresentavano importanti centri di controllo della vita cittadina.
Alla fine del secolo invece -certo anche sull’onda del mutamento del panorama sociale e politico- prende consistenza l’idea di una “rappresentanza permanente”, che possa impostare strategie meno estemporanee e, soprattutto, meno condizionate dai fattori esterni, in difesa delle Contrade e del Palio.
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Quello che è certo, comunque, è che il compito che fin dai suoi esordi il Magistrato delle Contrade si proponeva era per molti motivi assai arduo e non solo per la presenza di elementi particolarmente ostili al Palio nel quadro politico e sociale cittadino dell’ultimo trentennio del XIX secolo. Il proposito del Magistrato, come si legge nella comunicazione ufficiale del Comune del 25 giugno 1895, modellata sull’articolo 1 dello statuto approvato nel marzo dello stesso anno, era quello “di tutelare gli interessi collettivi delle medesime”. A rendere molto difficilmente praticabile la volontà di tutelare gli interessi collettivi delle piccole repubbliche senesi erano (e sono) innanzitutto la riottosa insofferenza di ogni volontà normalizzatrice e la spudorata affermazione del “particolare” impressi profondamente nel codice genetico delle Contrade e della città; la storia (ma anche la cronaca) delle vicissitudini del Magistrato ne sono una ulteriore ed esauriente dimostrazione. Questo è probabilmente il motivo per cui nella sua ormai secolare storia il Magistrato non è mai riuscito ad assumere quel ruolo di assoluto rilievo che, almeno teoricamente, gli dovrebbe competere ed è rimasto spesso in posizione subalterna rispetto all’autorità comunale e alle esigenze delle singole Contrade. A ben guardare, però, questo dato di fatto non è una debolezza da ascrivere ai vertici dell’istituzione ma sembra quasi il risultato della consapevolezza -tradotta in volontà istituzionale- della difficoltà della reductio ad unum del variegato bestiario che popola il mondo della “faziosa armonia”. Quella che potrebbe sembrare una valutazione negativa sul ruolo dell’istituzione appare allora come una ulteriore testimonianza della vitalità e della profondità delle radici della Festa, che rifiuta di farsi gestire da una sorta di “pro loco” che ne appiattirebbe inevitabilmente la prospettiva ed impone al Magistrato di modellarsi su questa esigenza. L’istituzione risponde mantenendo in maniera costante la consapevolezza del suo ruolo e dei suoi limiti “filosofici”, correndo magari il rischio di vedersi emarginare ma senza mai perdere una visione sufficientemente lucida delle sue funzioni e del contesto in cui è chiamata ad operare. Questa era l’unica via lungo la quale un organismo chiamato a rappresentare le Contrade di Siena potesse sperare in qualche modo di ottenere dei risultati e bisogna sottolineare come in certi momenti questa scelta si sia rivelata vincente, per il fatto stesso di aver salvaguardato l’esigenza dell’istituzione. Un’istituzione che, se non altro, ha avuto nei momenti più burrascosi per il Palio il merito di aver dato voce alle esigenze di un mondo disperatamente proteso alla difesa della sua diversità. E questa considerazione sembra tornare di grande attualità quando, a distanza di un secolo, per motivi in fondo solo apparentemente diversi da quelli della fine dell’Ottocento, il Palio torna ad essere minacciato da vicino per la sua inestinguibile vocazione al rifiuto di ogni omologazione a valori estranei a quelli a cui la città e le Contrade si informano nello sviluppare il loro gioco preferito. Un gioco, è bene tornare a sottolinearlo, che è ancora abbastanza lontano dalla “semplice” espressione di sentimenti legati alle tradizioni popolari, fenomeno da cui il Palio, fatto di vita vissuta e non di più o meno colta rievocazione, è quanto mai estraneo, con tutte le conseguenze che ciò ha avuto, ha e potrà avere sulla sua stessa sopravvivenza.

(Estratto dalla premessa alla pubblicazione “Nel campo in lotta ed al di fuor sorelle” di Federico Valacchi, edito nel 1994 in occasione del I° centenario della costituzione del Magistrato)

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